mercoledì 25 giugno 2008

Meditazioni (allegre) di una fancazzista

Sono sempre più convinta che siamo una feccia, un manipolo di dannati assetati di felicità, illusi di raggiungere prima o poi un obiettivo. Ma la cosa più divertente è constatare che, anche qualora riusciamo ad ottenere ciò che abbiamo ardentemente desiderato, subito ci poniamo un nuovo e sempre più irragiungibile traguardo. Siamo animali ambiziosi, e per questo condannati alla sofferenza perpetua.

Stamattina non avevo molta voglia di studiare (come sempre) e mi sono fatta un giro tra i blog, passando da un link ad un altro.... nella maggior parte dei casi vi scrive gente che urla senza aprire bocca il proprio dolore, persone che vogliono qualcosa dalla vita e che faticano per ottenerlo, persone che non sanno che starda imboccare, persone che soffrono e cercano di farsene una ragione... Individiui che, sono sicura, se li incontrassi per caso in giro mi sembrerebbero felici, molto più felici di me!

C’è solo un errore innato, ed è quello di credere che noi esistiamo per essere felici. Esso è in noi innato perché coincide con la nostra stessa esistenza, e tutto il nostro essere altro non è che la sua parafrasi, e anzi il nostro corpo è il suo monogramma: se altro non siamo che volontà di vivere, la successiva soddisfazione di ogni nostro volere è poi ciò che si pensa col concetto di felicità.

Quando mi hanno fatto leggere queste parole al liceo me ne sono fatta gioco, ho riso e scherzato con i miei compagni di banco...la mia immaturità mi rendeva cieca.
Arthur Schopenhauer, un uomo, un filosofo che vorrei davvero aver conosciuto...anche se sinceramente non ho mai letto una sua opera integralmente, e me ne vergogno!

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